Il biocentrismo, o la mente che crea la realtà

Secondo il biologo Robert Lanza, l’universo fisico che osserviamo esiste solo nella nostra coscienza. Una teoria che ci riconduce ai principi del buddhismo: la mente «precede le cose, le domina e le crea»


Immagine: Stuart Lippincott

You create your own reality

You create your own reality, dicono gli anglosassoni. Uno degli slogan della spiritualità New Age, poi Next Age, infine del variopinto universo che di recente si fa chiamare “olistico”, è il principio secondo cui sarebbe l’individuo stesso a creare la propria realtà, determinandola con i propri pensieri. Questa idea (che assume varie denominazioni: legge dell’Attrazione, legge dello Specchio, etc.) affonda le radici in alcune opere degli anni ’70, come quelle della medium americana Jane Roberts, ma trova analogie nel buddhismo («la mente precede le cose, le domina e le crea», secondo il Dhammapada), nella mistica indiana e persino nel Talmud («non vediamo le cose come loro sono, ma come noi siamo») 1.

L’idea del potere creatore della mente suona ostica e controintuitiva all’individuo occidentale moderno, opposta com’è ai nostri codici culturali dominanti. Anche per questo è stata, nel tempo, il bersaglio di infinite polemiche – oltre che per il fatto, naturalmente, di essere stata trivializzata in innumerevoli libri di pensiero positivo e di self-help. Cosa dice di noi, e della nostra epoca, quest’enfasi sul potere dell’individuo? È il titanismo dell’uomo occidentale moderno, narcisista e autoreferenziale, che non riconosce più alcun Creatore al di sopra di sé? O è la trasposizione psicologica delle logiche e dei metodi dell’imprenditoria capitalista, ormai dominante e globalizzata? 2

C’è forse del vero in entrambe le ipotesi. È innegabile tuttavia che il riemergere di questa idea sia stato favorito, di recente, da uno spostamento di paradigma all’interno delle scienze naturali. Alcune ricerche (cfr qui) tendono infatti a confutare la visione mainstream secondo cui la coscienza è un’entità chiusa, generata dalle strutture neurali del cervello. Altre ipotizzano addirittura che sia vero esattamente il contrario: che siano, cioè, la coscienza e le sue modalità percettive a “creare” la struttura fisica della realtà quale la osserviamo, o meglio a “determinarla”, facendola emergere da uno stato probabilistico indeterminato.

Ciò ovviamente non equivale a dire, secondo il più “magico” degli approcci, che siamo noi con le nostre opinioni ed aspettative (coscienti o inconsce) a manipolare direttamente l’universo fisico. Piuttosto, significa che questo stesso universo non esiste al di fuori della coscienza. Uno a zero per la coscienza, dunque. Vediamo come e perché.


Alberi che non fanno rumore

L’idea secondo cui la materia spiega tutto, compresa la nostra coscienza (il cosiddetto “fisicalismo”), è stata spesso avversata negli ambienti filosofici 3. Ma di recente il fisicalismo è sottoposto ad una critica severa anche nel campo delle scienze naturali. L’attacco più diretto è venuto dal “biocentrismo forte” di Robert Lanza, professore alla Wake Forest University School of Medicine, autore di Biocentrism (2009) 4. «Lanza», scrive Pierluigi Fagan, «allievo tra gli altri di B. F. Skinner,  è considerato il massimo esperto mondiale di cellule totipotenti, le staminali. Non è quindi un dilettante allo sbaraglio e non ha agito da solo avendo come co-autore un astronomo (Bob Berman)» 5. In effetti le sue credenziali scientifiche sono di prim’ordine: Lanza ha all’attivo centinaia di pubblicazioni e di brevetti, ed è autore di una ventina di libri scientifici. Nel 2005 ha ricevuto il Rave Award per la medicina da Wired, e nel 2014 è stato incluso fra le «100 persone più influenti del mondo» da Time

Fondamentalmente il libro è un tentativo di rispondere, sulla base dei dati della fisica quantistica e dei suoi paradossi, al tradizionale quesito filosofico di Berkeley: «Se un albero cade in un bosco anche se non c’è nessuno nei dintorni, fa rumore?». Esiste, cioè, una realtà “oggettiva”, esterna, data, senza un osservatore che la osservi? Quando la luce si spegne e ci addormentiamo, attorno a noi esistono ancora il letto, le pareti, i mobili, i libri sugli scaffali e il gatto sulla poltrona, con le stesse caratteristiche che osserviamo nello stato di veglia? La risposta di Lanza è un reciso “no”. Quelle cose esistono solo perché le percepiamo. Tutto è nella coscienza. Non stupisce che il libro abbia suscitato un “discreto vespaio”, come osserva Fagan.


I sette principi del biocentrismo

Il biocentrismo di Lanza ha la caratteristica di essere un “modello forte”. Si propone cioè come teoria unificante, sola chiave possibile di spiegazione dei rapporti tra mente e materia, sulla base delle evidenze prodotte dalla meccanica quantistica (vedi sotto).

Eccone quindi i principi fondamentali:

Dr. Robert Lanza
Robert Lanza sulla Copertina del Time, 2014
  1. Ciò che percepiamo come reale è un processo che coinvolge la nostra coscienza
  2. Le nostre percezioni interne ed esterne sono indissolubilmente interconnesse. Sono due lati della stessa medaglia e non possono essere separati
  3. Il comportamento delle particelle subatomiche è indissolubilmente legato alla presenza di un osservatore. Senza la presenza di un osservatore, queste particelle tuttalpiù esistono in uno stato indeterminato di onde di probabilità
  4. Senza la coscienza, la “materia” rimane in uno stato indeterminato di probabilità. Qualsiasi universo che possa aver preceduto la coscienza, è esistito solo in uno stato di probabilità
  5. La struttura stessa dell’universo è spiegabile solo in base al biocentrismo. L’universo è adatto alla vita, il che ha senso poiché è la vita a creare l’universo e non viceversa. L’universo è semplicemente la logica spazio-temporale completa del sé
  6. Il tempo non ha una esistenza reale al di fuori della percezione sensoriale. È il processo grazie al quale noi percepiamo i cambiamenti nell’universo
  7. Lo spazio, come il tempo, non è un oggetto o una cosa. Lo spazio è un’altra forma della nostra comprensione sensoriale, e non ha realtà al di fuori di essa. Ci portiamo in giro lo spazio e il tempo come una tartaruga con il suo guscio. Così, non esiste una matrice autosufficiente in cui si verificano gli eventi indipentemente dalla vita

Nel 2015 Lanza pubblica il volume Oltre il biocentrismo, in cui la critica al fisicalismo è ancora più radicale. In questo volume confluiscono idealmente secoli di “approcci basati sulla coscienza” e di critiche alla “realtà del reale”: tutto è nella coscienza.

Ma da provengono le certezze biocentriche del nostro Lanza?


Il background quantistico e qualche precursore

È presto detto. Provengono dai bizzarri fenomeni osservati nello studio della fisica delle particelle, quali l’entanglement e (soprattutto) la retrocausalità 6.

Questi fenomeni mostrano che quando è composta nei suoi costituenti ultimi, la realtà fisica manifesta comportamenti anomali rispetto agli assunti della meccanica classica (che pure descrive in modo sostanzialmente accurato gran parte dei fenomeni meccanici osservabili nella nostra vita quotidiana). Nel mondo delle particelle subatomiche, infatti, viene meno la rigida sequenzialità cronologica tipica del mondo macroscopico, e l’informazione può scorrere a ritroso del tempo. Ma soprattutto,  la coscienza dell’osservatore interferisce in modo decisivo con l’oggetto osservato, determinandone le caratteristiche di base. La realtà non sarebbe dunque, nella “più materialistica” delle ipotesi, che il frutto di una cooperazione tra l’oggetto e la mente che lo osserva – come già sostenuto a suo tempo da John Von Neumann (1903-1957), fisico di punta e gigante della matematica novecentesca 7.

Proprio seguendo Von Neumann, il noto fisico Henry Stapp, collaboratore di Pauli e di Heisenberg, aveva tracciato prima di Lanza il profilo di una concezione “quantistica” della psiche (Mindful Universe, 2007). Secondo Stapp il mondo fisico è fondamentalmente «una rappresentazione della materializzazione delle risposte che la natura dà alla nostra sequenza di domande a riguardo» 8, rappresentazione scaturita dalla libera scelta dell’osservatore. La realtà di per sé non è affatto “determinata”, ma è solo un insieme probabilistico, e tale rimane finché una mente cosciente non la osserva. Le funzioni d’onda quantistiche, come si suol dire, “collassano” solo nel momento in cui interagiscono con la coscienza, come vuole la meccanica quantistica ortodossa, cioè quando una mente cosciente seleziona una tra le molteplici possibilità quantistiche alternative 9.

Queste speculazioni di fisici e biologi sula natura dell’universo fisico ci riconducono – senza poterla dimostrare, ma adducendo argomenti forti a suo favore – ad una visione della realtà drasticamente “coscienzialista”. La coscienza è il dato primo della realtà. È ciò che consente a tutte le realtà che osserviamo di emergere da uno stato di indeterminatezza, acquisendo caratteristiche definite. Visione che risuona con quella delle antiche letterature sapienziali indiane, secondo cui la realtà ultima non è materia, ma Satchitananda (in sanskrito: सच्चिदानन्द), «esistenza, coscienza e beatitudine». O, per dirla con le Upanishad: «Io sono Brahman, sono pura Coscienza, Pura Coscienza è ciò che sono» (Tejobindu Upanishad, 4.1–4.30).

Per condividere:

Notes:

  1. In Occidente è legata a doppio filo ad alcune tradizioni filosofiche (di matrice idealista) e ad alcune antiche correnti spirituali. Per esempio, in diverse correnti esoteriche occidentali antiche e medievali: l’idea è presente nel concetto, ad esempio, del potere magico dell’immaginazione (vis imaginativa). Teorie della vis imaginativa si trovano in varie correnti del neoplatonismo, poi nella magia medievale del Picatrix e quindi in Ficino, Pomponazzi, Agrippa, Paracelso, Montaigne, Giordano Bruno, Croll, Van Helmont, sino ai romantici tedeschi, al magnetismo animale, all’ipnosi e al pensiero positivo. Si veda Antoine Faivre, L’esoterismo occidentale. Metodi, temi, immagini, a cura di Francesco Baroni, Brescia, Morcelliana, 2012.
  2. Se la prima critica risente, ovviamente, di un punto di vista cattolico, la seconda è stata formulata da un punto di vista laico. Invece di indurre a riflettere sulle strutture sociali e politiche, l’idea della creazione della realtà da parte della mente idea spingerebbe il soggetto verso una pericolosa autoreferenzialità, in una fuga narcisistica dalla gabbia sociale. Un self-made man spirituale che ha portato «il metodo capitalistico all’interno della dinamica interiore» (Andrea Colamedici, Maura Gancitano, Tu non sei Dio. Fenomenologia della spiritualità contemporanea, Tlon, 2016, p. 198).
  3. Ad esempio da Thomas Nagel. Noto per aver gettato scompiglio nei milieu accademici negli anni ’70 con un articolo intitolato Cosa si prova ad essere un pipistrello (T. Nagel., What Is It Like to Be a Bat? in «Philosophical Review» 63, 1974, pp. 435-450, trad. it. Com’è essere un pipistrello? in n A. De Palma e G. Pareti, a cura di, Mente e corpo. Dai Dilemmi della filosofia alle ipotesi della neuroscienza, Torino, Bollati Boringhieri, 2004, pp. 164-18) in cui sostiene l’irriducibilità della coscienza all’attività cerebrale, Thomas Nagel, professore di Filosofia alla Università di New York, in Mente e cosmo (Oxford University Press, 2013) afferma esplicitamente che la coscienza non può essere spiegata dalla fisica e dalla biologia nella loro forma attuale, sostenendo la necessità di rileggere l’intera storia dell’evoluzione assumendo la centralità dei fenomeni mentali e coscienti, governati da principi teleologici piuttosto che meccanicistici. Vedi una buona recensione in francese qui.
  4. R. Lanza, Biocentrism. How Life and Consciousness Are the Keys to Understanding the True Nature of the Universe, Dallas, Benbella Books, 2009 (trad. it. Biocentrismo. L’universo, la coscienza. La nuova teoria del tutto, Milano, Il Saggiatore, 2015).
  5. https://pierluigifagan.wordpress.com/2015/04/13/biocentrismo-recensione-del-libro-di-r-lanza-il-saggiatore. Così Fagan riassume il concetto del volume: «Biocentrismo è la tesi che, poiché la fisica si basa sulla meccanica quantistica ma la meccanica quantistica si basa sulla coscienza umana che è un di cui della biologia -ergo- una eventuale Teoria del Tutto (TOE) dovrebbe avere centro in biologia».
  6. Entanglement (in inglese, “groviglio”, “intreccio”) è un termine introdotto dal fisico Erwin Schrödinger per descrivere il fenomeno previsto nel celebre paradosso EPR. Secondo gli autori del paradosso, tra cui Albert Einstein, dalla fisica quantistica derivava un fatto inquietante: che si possa creare un insieme costituito da due particelle tale che, qualunque sia il valore di una certa proprietà osservabile assunto da una delle due, questo influenzi istantaneamente il corrispondente valore assunto dall’altra, anche se le due particelle sono lontane tra loro, senza alcun limite spaziale. Ciò contrasta con i principi fondamentali non solo della fisica classica, ma anche della relatività ristretta, che postula la velocità della luce come limite massimo e invalicabile. Motivo per cui Einstein parlava di “spooky action at distance” (inquietante azione a distanza), mostrandosi reticente ad ammettere il fenomeno. Eppure Einstein aveva torto: le evidenze sperimentali di questo bizzarro fenomeno esistono e sono state confermate di recente (cfr. Amir D. Aczel, Entanglement. Il più grande mistero della fisica, Milano, Raffaello Cortina, 2004). Con retrocausalità si fa riferimento a situazioni sperimentali nelle quali le cause del comportamento di un dato oggetto fisico sono collocate nel futuro e l’informazione si muove a ritroso nel tempo. Il primo esperimento di questo tipo fu proposto dal fisico statunitense John Archibald Wheeler nel 1984. In tali esperimenti, accadeva che un fotone condotto attraverso un dispositivo detto “interferometro” (strumento per la misura di distanze basato sulle proprietà di interferenza delle onde luminose), scegliesse di comportarsi come particella oppure come onda soltanto dopo aver compiuto il proprio percorso, ossia quando lo sperimentatore decideva se mantenere o meno il secondo specchio presente nel dispositivo.
  7. Von Neumann aveva preso atto dell’impossibilità di considerare il mondo quantistico come un sistema autonomo rispetto all’osservatore. Diversamente dalla fisica classica, infatti, la fisica quantistica richiede di considerare come le scelte consapevoli di una mente (e non di un cervello) guidano il nostro comportamento influenzando il sistema che osserviamo. Questo approccio alla fisica quantistica è definito “lettura ortodossa”.
  8. Henry Stapp, Le monde quantique et la réalité. Sommes-nous des robots ou des acteurs de notre propre vie ?, traduzione di Alessia Weil, Paris, Dervy, 2016, p. 33.
  9. http://www.actu-philosophia.com/Henry-P-Stapp-Le-monde-quantique-et-la-conscience#nb4.

1 pensiero su “Il biocentrismo, o la mente che crea la realtà

  1. Proprio dalla lettura di quanto su esposto, si potrebbe dedurre che…… la fine e il principio coincidono………quanto più ci spingiamo a chiederci ….da dove veniamo…….dove andiamo………..tanto più ci si rende conto che……. non vale la pena chiederselo !!!!! ….. noi stiamo andando esattamente al punto da dove veniamo !!!! ….. e siccome il punto da dove veniamo non ha tempo……questa irrealtà che crediamo di vivere è semplicemente …….una irrealtà non vissuta……è semplicemente il desiderio di staccarci da quel punto per farci contemporaneamente ritorno………ma è una irrealtà !!!!

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