Gli stati di coscienza non ordinari nelle culture

Dal punto di vista storico ed antropologico, le modificazioni della coscienza sono fenomeni naturali che ricevono una codificazione culturale. In essi si trasforma il senso di sé e si altera l’equilibrio tra mondo interno ed esterno


Immagine:  © Joshua Mays

In altri post abbiamo visto che determinati stati di coscienza suggeriscono l’esistenza di facoltà psichiche latenti e superiori a quelle ordinarie, connaturate alle strutture biopsichiche dell’essere umano. Queste esperienze fanno intravedere l’esistenza di un “doppiofondo” della coscienza, di un nucleo identitario più ampio e profondo, il “”.

Parallelamente, abbiamo definito le religioni come “tecnologie del sé”, ossia come un insieme di prassi regolatrici che, tramite dispositivi specifici (il mito e il rito) organizzano la molteplicità della vita psichica. Strumenti, dunque, che favoriscono la comunicazione tra i vari livelli del Sé e permettono cambiamenti e riorganizzazioni identitarie, tramite una codificata gestione di diversi registri di coscienza.

È utile allora, in quest’ottica, dedicare un’attenzione particolare alla questione della molteplicità degli stati di coscienza, in particolare a quelli che vengono solitamente definiti “alterati” e che – più correttamente – dovremmo chiamare “non ordinari”.


La coscienza ed il sé

Vasto, secolare e forse inesauribile è il dibattito sulla coscienza e i suoi stati. Qui (per farla breve) dobbiamo partire da una constatazione non particolarmente rassicurante: la comunità scientifica non ha partorito, sinora, una definizione unanime di “coscienza” 1. Prenderemo allora, per comodità, quella formulata da Antonio Damasio, neurologo e neuroscienziato direttore del Brain and Creativity Institute della University of Southern California: «La coscienza è un’organizzazione di contenuti mentali centrati sull’organismo che li produce e li motiva» 2.

La definizione di coscienza di Damasio, legata al ruolo dell’organismo fisico, presuppone la nozione di “”. Questo però non va visto come un’entità stabile e definita, ma come un «processo, un fenomeno dinamico di rappresentazione dello stato del corpo, degli oggetti esterni e di ricordi» 3. Il “sé” dunque si organizzerebbe, progressivamente, in tre stadi evolutivi: ad un sé corporeo (proto-sé), succede un sé che si rapporta con il mondo esterno (nucleo autonomo), per poi costituire un nucleo di memorie delle proprie esperienze (sé autobiografico).


La coscienza e i suoi stati

Se la coscienza può essere vista, dunque, come l’organizzazione di contenuti mentali attorno ad un sé, lo stato di coscienza che sperimentiamo più di frequente (quello della veglia) comporta due aspetti fondamentali: a) un senso di sé come un essere autonomo e unitario; b) un equilibrio tra percezioni provenienti dall’esterno e sensazioni e suggestioni provenienti dall’interno (sensazioni, sentimenti, impulsi, evocazioni associative, ricordi, contenuti dell’inconscio personale e collettivo) 4.

In alcune circostanze, tuttavia  questa duplice organizzazione si «altera». È quanto accade nei sogni, negli stati ipnotici, nelle allucinazioni, nella trance, in alcune esperienze di meditazione, negli stati mistici, ecc.

Charles Tart, psicologo e parapsicologo americano autore di uno studio ormai classico (States of consciousness, 1969), definisce uno «stato discreto alterato di coscienza» (d-ASoC) un stato di coscienza diverso da uno stato di coscienza di base (b-SoC): «lo stato alterato di coscienza è uno stato in cui la persona percepisce chiaramente un cambiamento qualitativo nel modo di funzionamento del suo cervello, vale a dire che sente non solo un cambiamento quantitativo ma anche che una o più caratteristiche delle sue operazioni mentali sono differenti» 5. L’esterocezione, l’enterocezione, l’elaborazione dell’input, la memoria, il senso d’identità, il senso di spazio-tempo, le emozioni, le valutazioni-decisioni, l’output motorio sono tutti sottosistemi che subiscono delle variazioni, nel passaggio da uno stato di coscienza ad un altro 6.

Secondo molti storici ed antropologi l’espressione “stati alterati” è tuttavia problematica, in quanto presuppone che esista di per sé uno «stato-base della coscienza», relativamente autonomo ed unitario; uno stato “normale” rispetto al quale ogni altro stato psichico appare «anomalo e incontrollato» 7. L’esperienza mostra, invece, che la coscienza non è mai perfettamente stabile e che i suoi cambiamenti andrebbero visti, piuttosto, come diffusi lungo un continuum. Si dovrebbe quindi parlare di una pluralità di stati (e di modificazioni) della coscienza 8. In questa prospettiva, si può considerare che le alterazioni della coscienza sono un fatto normale che si verifica in particolari circostanze, con una certa regolarità, sia per induzione (tramite specifici dispositivi induttivi: tecniche psicofisiche, respirazione, musica, sostanze psicotrope, etc.) che in maniera spontanea. Stati a cui fanno riscontro precise modifiche nel funzionamento biochimico e neuropsicologico del cervello 9.


Le modificazioni della coscienza nelle culture

Ma le manipolazioni e le modificazioni della coscienza non sono soltanto un fatto “normale”. Esse costituiscono un fatto culturalmente molto rilevante:  il ricorso ad esse ha fornito la chiave operativa di un gran numero di dispositivi ed istituti religiosi del passato, e ciò non solo nelle civiltà “altre” (estasi sciamanica, trance dei culti afrobrasiliani, tecniche di meditazione orientale, etc.), ma all’interno della nostra stessa civiltà occidentale, sin dalla Grecia antica 10.

Il modo in cui questi stati sono interpretati e regolamentati dai gruppi sociali è estremamente variabile, e cambia in base ai quadri culturali specifici 11.

Secondo l’etnologo francese Georges Lapassade (1924-2008), a seconda delle culture le modificazioni della coscienza possono costituire:

  • un fatto banale a cui tutti i membri della società hanno accesso (come scrive Lévi-Strauss, in una società basata sui culti di possessione, tutti accedono agli stati di possessione rituale, almeno in linea di massima);

  • un’esperienza che tutti vivono, o hanno vissuto, ma una sola volta nella vita. Valla fa l’esempio dei riti di Eleusi nella cultura greca classica. Molti riti di passaggio e d’ingresso nell’età adulta sono, come ricorda Rouget, un’esperienza di trance unica, che non si ripete;

  • una prerogativa di specialisti che la società consulta quando ha bisogno dei loro servizi, e quando questi servizi richiedono l’accesso a determinati stati alterati di coscienza, come è il caso per gli sciamani e i medium;

  • un fenomeno che si verifica non solo a livello individuale; a volte il ricorso ad essi può rappresentare l’innesco di movimenti sociali per mezzo dei profeti, come nel caso dei “culti di crisi”, e varie forme di messianismo;

  • un fenomeno sospetto. È quanto è accaduto durante il Medioevo con la caccia alle streghe e l’eliminazione di varie forme di trance rituale. Se il tarantismo studiato da De Martino, che è un tipico culto di possessione europeo, è stato in grado di sopravvivere a questi giri di vite, è perché non si è presentato come tale;

  • un fenomeno negativo. Tale è stato a lungo l’atteggiamento occidentale nel suo complesso. Per duemila anni, mentre i Greci avevano concesso spazio a quello che Dodds ha definito in un suo classico studio “l’irrazionale”, la ratio occidentale ha respinto ai margini un insieme di fenomeni che, in altri contesti storici e socio-culturali, godono e hanno goduto di uno statuto diverso

Giudizio confermato dall’antropologo Tullio Seppilli:

«di fatto, solo la moderna civiltà occidentale ha (con rare eccezioni) sostanzialmente ignorato o apertamente deprecato, gli stati di coscienza “altri”. In qualche modo, essi sono apparsi come incompatibili con il pilastro stesso – la razionalità e la osservazione “oggettiva” – su cui si è costruita la  nostra concezione scientifica del mondo» 12.

Nei prossimi post ci soffermeremo su quest’ultimo aspetto: la “rimozione” delle modificazioni della coscienza all’interno della civiltà occidentale moderna, sulle sue ragioni e sulle sue conseguenze.

Per condividere:

Notes:

  1. Per un breve riassunto, cfr. http://www.jpsychopathol.it/article/alterazioni-della-coscienza-e-qualia-emozionali-in-epilessia/
  2. Antonio Damasio, L’Autre Moi-Même. Les nouvelles cartes du cerveau, de la conscience et des émotions, trad. di Jean-Luc Fidel, Parigi, Odile Jacob, 2012, p. 17 (ed. it. Il sé viene alla mente, trad. di Isabella C. Blum, Milano, Adelphi, 2012). Questa organizzazione dei contenuti mentali, di cui il sistema nervoso centrale è responsabile, si basa sulle informazioni provenienti dai recettori sensoriali, cioè da tutte quelle strutture attivate da uno stimolo interno o esterno di un organismo vivente. Essa conduce alla formazione delle cosiddette «mappe neurali», «configurazioni temporanee» generate dall’attività di piccoli circuiti neurali organizzati in grandi reti, che «rappresentano oggetti ed eventi che si trovano fuori dal cervello, nel corpo o nel mondo esterno».
  3. Ciò è più evidente in altri passaggi dello stesso volume in cui Damasio definisce la coscienza come la «capacità fenomenica di avere una mente con un custode, di un protagonista della propria esistenza, di un sé che ispeziona il mondo interiore ed esteriore, di un agente pronto all’azione».
  4. Tullio Seppilli, prefazione a Vito Peduto, Note storiche sull’oppio, Torino, Edizioni Minerva Medica 2016, pp. VII-VIII.
  5. Charles Tart, States of consciousness, New York, Wiley, 1969, p. 2.
  6. Analogamente, l’etnologo francese Georges Lapassade (1924-2008) scrive che l’espressione «stati alterati di coscienza» riunisce una «serie di esperienze in cui il soggetto ha l’impressione che il normale funzionamento della sua coscienza è interrotto ed egli vive un un’altra relazione con il mondo, con se stesso, con il suo corpo, con la propria identità» (Georges Lapassade, Les états modifiés de conscience, Parigi, PUF, 1987, p. 5; ed. it. Stati modificati e Transe, Roma, Sensibili alle foglie, 1996). Dello stesso autore si veda anche Dallo sciamano al raver, Milano, Apogeo, 1997; nuova edizione, Milano, Urra 2008.
  7. Si vedano le osservazioni di Tullio Seppilli nella sua prefazione a Vito Peduto, op. cit., p. VIII.
  8. È quanto proposto ad esempio da Imants Barušs, professore di psicologia al King’s University College in Canada, che suggerisce di parlare di “alterazioni della coscienza” piuttosto che di “stati alterati” (Alterations of Consciousness: An Empirical Analysis for Social Scientists, American Psychological Association, 2003). L’inconveniente è che in italiano l’espressione “alterazioni della coscienza” è usata in ambito medico per riferirsi a determinati disfunzioni patologiche del sistema nervoso. Sulla proposta di Barušs si vedano anche le considerazioni di Wouter J. Hanegraaff, Western Esotericism. A Guide for the Perplexed, Londra-New York, Bloomsbury, 2013, pp. 94-101.
  9. Si veda a tale proposito Franco Fabbro, Neuropsicologia dell’esperienza religiosa, Roma, Ubaldini, 2010.
  10. Si pensi alla teorizzazione operata da Platone del concetto di “follia divina”, che trovò sviluppi importanti nel pensiero del Rinascimento; alle esperienze spirituali della gnosi, dell’ermetismo e della kabbala; alla mistica cristiana; all’esoterismo teosofico, etc..
  11. Tutto ciò incide notevolmente sul modo in cui questi stati sono a) percepiti culturalmente, diventando così oggetto di giudizi di valore  buono/cattivo, utile/ inutile); b) normati (chi può accedervi? quando? attraverso quale modalità?) e c) provocati, quando si tratta di modificazioni della coscienza indotte e non spontanee (mediante quale tecnica – respirazione, musica, danza? con o senza l’uso di sostanze psicotrope? etc.).
  12. Prefazione a Vito Peduto, op. cit., p. VIII.

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