La coscienza psichedelica

© Joshua Mays


Recenti esperimenti con la psilocibina mostrano l’esistenza di due stati-base della coscienza, caratterizzati da diversi livelli di “entropia”. La coscienza primaria, in cui sfumano i confini tra l’io e il mondo circostante, può essere utilizzata in ambito terapeutico ed alleviare i sintomi della depressione


Interessanti sviluppi sul fronte dei rapporti tra sostanze psichedeliche, applicazioni terapeutiche e frontiere delle neuroscienze. L’ultimo numero di Mind, mensile di psicologia di Le Scienze, fa il punto sugli studi di Robin Carhart Harris, giovane ricercatore britannico che dirige il gruppo di lavoro psichedelico dell’Imperial College di Londra. E che propone, sulla scorta dei suoi esperimenti con gli allucinogeni, una nuova mappatura della psiche 1.

Due stati della coscienza


In un esperimento nel 2012, il team di Carhart Harris ha misurato l’effetto della psilocibina il principio attivo presente nei funghi magici, una molecola simile all’LSD – su un gruppo di volontari, poi sottoposti a scanner cerebrale. Ad un altro gruppo era stato invece somministrato un semplice placebo.

L’esperimento ha  mostrato che alcune aree cerebrali di chi aveva assunto psilocibina (corteccia prefrontale mediale, corteccia cingolata posteriore) agivano in modo indipendente le une dalle altre, e che la forza dei segnali nei singoli punti deviava bruscamente dai valori medi; aumentando il parametro che C. Harris chiama, con un termine preso in prestito alla termodinamica, l’entropia del cervello – ossia il disordine del sistema. 2

Questi risultati, insieme a quelli di esperimenti successivi, spingono Carhart Harris a ipotizzare un nuovo modello della coscienza. Esisterebbero due forme-base della coscienza – o del sé 3: da un lato la coscienza secondaria, nella quale il mondo viene percepito con precisione e il soggetto riflette criticamente sulle proprie esperienze; dall’altro la coscienza primaria, contrassegnata da uno stile di pensiero unitivo e da un rapporto “blando” con gli stimoli esterni.

Secondo Carhart Harris questi due stati sarebbero caratterizzati da diversi comportamenti delle reti neuronali. La differenza consisterebbe in un diverso livello di entropia, ossia il disordine neuronale del cervello, valore che nello stato di coscienza primario sarebbe più elevato rispetto a quanto accade nello stato di veglia normale.

Qui Carhart Harris non può fare a meno di applicare al suo modello una ermeneutica evoluzionista : la coscienza primaria è per lui un atavismo, un ritorno ad uno stadio precedente, arcaico, dell’evoluzione cognitiva. Droghe allucinogene come la psilocibina, in atri termini, ci riportano indietro nel tempo, ad una fase filogenetica in cui nel cervello prevaleva un comportamento caotico ed anarchico, e in cui l’individuo era incline al pensiero magico, ed aveva difficoltà a stabilire confini netti tra il proprio sé ed il mondo circostante.

Psicoterapie psichedeliche


La stessa squadra di ricercatori, sulla scorta di studi precedenti, ha constatato tuttavia effetti incoraggianti, se non francamente positivi, della psilocibina sul piano terapeutico. Già uno studio del 2011 ad esempio aveva mostrato che l’assunzione di psilocibina era correlato, a distanza di 16 mesi, ad un aumento di estroversione e ad una maggiore apertura all’esperienza (due delle dimensioni fondamentali del Big Five), rivelandosi di aiuto nella cura di disturbi depressivi in soggetti resistenti ai trattamenti 4. Secondo altri studiosi, l’LSD si è rivelato efficace anche in pazienti che avevano sofferto eventi traumatici; in altre ricerche, si è evidenziato come l’assunzione di queste molecole favorisse il meccanismo cognitivo di attribuzione di significato

Note storiche


In attesa di capire con esattezza a cosa è dovuto l’effetto terapeutico della psilocibina e della riattivazione della “coscienza primaria”, possiamo constatare il permanere, nelle neuroscienze attuali, di un vecchio pregiudizio etnocentrico: l’idea, cioè, secondo la quale le alterazioni della coscienza indotte – sia da appositi dispositivi rituali o da sostanze psicotrope – sono fondamentalmente un retaggio del passato e ci riconducono ad una fase primitiva ed oscura dell’evoluzione psichica. Incorporato in questa lettura evoluzionista c’è un invisibile, e negativo, giudizio di valore: l’idea che gli stati di coscienza “altri”, anche quelli funzionali alla risoluzione di problemi individuali e di gruppo, sono «incompatibili con il pilastro stesso – la razionalità e la osservazione “oggettiva” – su cui si è costruita la  nostra concezione scientifica del mondo» 5.

Nella apparente scientificità di una valutazione evoluzionista, si annida ancora una volta il pregiudizio etnocentrico che vede le alterazioni della coscienza indotte (non patologiche) non come uno stato possibile dello psichismo, ma come un fenomeno residuale se non negativo – l’abdicazione alla luce della ragione, l’espressione psichica del “mondo magico”, superato in scientificità ed efficienza dal mondo occidentale moderno.

La storia delle religioni e l’antropologia ci indicano tuttavia una prospettiva del tutto diversa. Molte prassi rituali, molte “tecnologie del sé”, si basano sul ricorso strategico e codificato a stati non ordinari di coscienza. Ciò riguarda certamente i casi, da noi discussi in altri post, della trance sciamanica e della trance di possessioneMa anche nei nostri contesti occidentali contemporanei, l’accresciuta creatività cognitiva di alcuni stati non ordinari di coscienza ha rappresentato, sin dalla fine dell’Ottocento, il terreno di sperimentazioni artistiche radicali, ma anche l’innesco di nuovi movimenti spirituali. Si pensi allo spiritismo e del channeling, ed in quest’ultimo contesto, alle figure di Helen Schucman o di Jane Roberts, le quali in stato di trance hanno scritto i volumi deve sono formulati i capisaldi del pensiero New Age. Nel bene e nel male, e nella varietà delle sue forme, la trance è alle origini di trasformazioni epocali nella spiritualità e nella cultura occidentale recente.

Per condividere:

Notes:

  1. Theodor Schaarmschmidt, “La coscienza psichedelica”, Mind, n° 175, anno XVII, luglio 2019, pp. 80-87.
  2. R.I Carhart Harris, “The entropic brain – revisited”, NeuropharmacologyVolume 142, November 2018, Pages 167-178 
  3. “Sé” o “io” che, secondo molte definizioni neuroscientifiche correnti, della coscienza intesa come «organizzazione di contenuti mentali centrati sull’organismo che li produce e li motiva”» (Damasio) è il perno e la condizione sine qua non; vedi http://tecnologiedelse.com/2019/05/09/gli-stati-di-coscienza-non-ordinari-nelle-culture/
  4. Increased amygdala responses to emotional faces after psilocybin for treatment-resistant depression”, Neuropharmacology, Volume 142, November 2018, Pages 263-269. L’ipotesi del gruppo di ricerca di Carhart Harris, si legge in un articolo su Focus, «è che questa sostanza possa funzionare proprio perché accresce e rivitalizza la risposta del cervello alle emozioni – anche quelle negative – migliorandone l’accettabilità: potrebbe essere proprio questa la chiave dell’efficacia riferita dai pazienti che l’hanno testata». È un dato di fatto che le sostanze psichedeliche hanno conosciuto negli ultimi anni una rivalutazione dal punto di vista terapeutico, e sono state usate per curare, oltre la depressione, la dipendenza da alcool e da nicotina o i disturbi ossessivo-compulsivi, ma anche nella medicina palliativa (è il caso dello psichiatra svizzero Peter Gasser). In questo caso si trattava di aiutare persone affette da malattie incurabili a trovare una migliore relazione con la morte. I risultati sono stati buoni, a fronte di scarsi effetti collaterali.
  5. T. Seppilli, Prefazione a Vito Peduto, Note storiche sull’oppio, Torino, Edizioni Minerva Medica 2016, p. VIII. Così l’ipotesi “primitivista” di Carhart Harris non è una semplice congettura scientifica ma il segno di un atteggiamento culturale più generale. Richiama alla memoria, in modo sorprendente, le parole di un filosofo come Benedetto Croce, che in un brano del 1939 faceva un fugace riferimento ai fenomeni ipnotici e medianici, visti come una forma di regressione patologica verso stati inferiori della coscienza. Si tratta per Croce di «certe condizioni che si considerano patologiche, nelle quali si riacquistano simpatie e corrispondenze con gli esseri o le cose naturali, che non si possedevano nello stato ordinario di sanità e si riperdono quando si torna a questo» (B. Croce, La storia come pensiero e come azione, a c. di M. Conforti, Napoli 2002, p. 287). Va detto che Croce era impegnato in una strenua battaglia contro le varie forme di irrazionalismo del suo tempo – fenomeno che in molti collegavano all’ascesa dei regimi totalitari nell’Europa degli anni ’30 (erano gli anni terribili, scriverà de Martino, in cui Hitler, “sciamanizzava”, ipnotizzando le folle in un fatale incantamento collettivo).

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