Antichità classica e stati di coscienza: Platone e l’elogio della follia

Nel Fedro Platone celebra le istituzioni cultuali antiche, come l’oracolo di Delfi, e distingue le varie forme di follia sacra, l’estasi data all’uomo per concessione divina. Agli albori della filosofia occidentale troviamo così la prima teoria degli stati non ordinari di coscienza

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E allora, non è evidente, innanzi tutto, che il filosofo, diversamente dagli altri uomini, per quanto riguarda questo genere di cose, cerca di liberare l’anima dal corpo, quanto più gli è possibile?”.“É chiaro”. (Platone, Fedone, 64E-65A)

Se è vero, come scriveva Alfred North Whitehead con un’affermazione iperbolica ma non priva di fondamento, che «tutta la storia della filosofia occidentale non è altro che una serie di note a margine su Platone», è lecito aspettarsi che nelle pagine del filosofo ateniese siano contenute, in nuce, tutte le grandi problematiche su cui si sono arrovellati per secoli i pensatori successivi. Nonostante questo, può destare un certo stupore il fatto che in Platone sia attestata, addirittura, la prima lettura filosofica degli stati alterati di coscienza, una lettura di segno sostanzialmente positivo. Si tratta, insomma, di un elogio a pieno titolo della follia “sacra”: fatto paradossale, se si pensa a quanto sia razionale l’impianto filosofico dei dialoghi platonici, ma comprensibile se si considera l’interesse – la fascinazione – del filosofo per le tradizioni cultuali antiche: i misteri eleusini, quelli orfici, l’oracolo di Delfi, molto spesso basate su esperienze di modificazione della coscienza. A queste tradizioni Platone ha attinto per via indiretta, sistematizzandone i presupposti all’interno della sua filosofia.

Il fatto è che in Platone riecheggia l’anelito dell’uomo greco del V secolo per una sapienza (σοφία) che storicamente precede, e metafisicamente trascende, il sapere il filosofico ordinario (φιλοσοφία): una sapienza antica, radicata nell’estasi dei santuari e dei riti preclassici. Per cogliere appieno questo aspetto tuttavia, bisognava attendere gli anni ’30 e ’40 del Novecento:  l’epoca in cui gli studiosi hanno iniziato ad esplorare, attraverso varie traiettorie di ricerca, alcuni filoni sommersi della religiosità occidentale. A questo contribuì anche un certo lavoro di decentramento etnologico. È infatti nel  periodo in cui antropologi come Roger Bastide attraversavano l’oceano per studiare in loco i culti di possessione del candomblé e la trance afro-americana, che nel vecchio continente un eminente filologo e storico dell’antica Grecia, Eric R. Dodds (1893-1979) gettava luce su fenomeni analoghi in un contesto storico-antropologico completamente diverso, con un libro fondamentale: I Greci e l’Irrazionale (1951). L’intento era tratteggiare un ritratto più sfumato e meno lineare della Grecia antica: un articolato universo culturale a più strati, in cui gli aspetti mistici fiancheggiano le più sobrie rigorose speculazioni filosofiche, ed il richiamo ad antiche forme sapienziali accompagna l’elaborazione di una razionalità severa, pilastro della civiltà a venire.

Tra i vari aspetti di questo sottobosco “irrazionale”, troviamo fenomeni estatici simili da un lato alla trance dei rituali afro-brasiliani o dello sciamanesimo, dall’altro agli stati medianici dello spiritismo moderno.

Proprio lo spiritismo costituiva un vero e proprio pallino di Dodds, curioso osservatore di “fenomeni anomali”. Il Regius Professor di greco ad Oxford, infatti per anni aveva partecipato alle sedute della Society for Psychical Research, della quale divenne presidente ne 1961: una società impegnata nello studio delle manifestazioni extrasensoriali, della trasmissione del pensiero e della variegata fenomenologia psichica (e fisica) legata alla medianità 1. Nonostante questa passione, tuttavia, Dodds non era un ingenuo seguace delle ipotesi spiritiche. Al contrario, «egli restò sempre un convinto razionalista che provava una straordinaria attrazione per ciò che sembra sfidare la ragione — in fondo fiducioso nel fatto che, prima o poi, la ragione avrebbe saputo spiegare anche ciò che le sfuggiva» 2.

Il capitolo III de I Greci e l’Irrazionale è intitolato, emblematicamente, “I divini doni della pazzia”. Dodds parte da una citazione di Platone definito sornionamente “il padre del razionalismo occidentale”. Un razionalista in grado di far pronunciare a Socrate, che sta impostando un grandioso discorso sul fondamento divino dell’amore, le parole seguenti: «I beni più grandi ci vengono dalla pazzia» (τὰ μέγιστα τῶν ἀγαθῶν ἡμῖν γίγνεται διὰ μανίας; Fedro, 244A).

Di quale follia parla Platone? E perché da essa l’umanità ricaverebbe i più grandi benefici? In questo brano classico, il filosofo tratteggia la prima  teoria filosofica volta a spiegare la divinazione, almeno quella indotta dal “delirio” (μανία), per ispirazione divina:

I beni più grandi ci provengono mediante una follia che ci viene data per concessione divina. Infatti, la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, quando si trovavano in stato di follia, procurarono alla Grecia molti e bei benefici sia in privato sia in pubblico, mentre, quando si trovavano in stato di assennatezza, ne procurarono pochi se non nessuno. E se dicessimo poi della Sibilla e degli altri che avvalendosi della mantica di ispirazione divina, predicendo molte cose a molte persone, li indirizzarono sulla retta via per il futuro, ci dilungheremmo nel dire cose già note a tutti. […] Inoltre, alle malattie  e alle sofferenze più gravi, che vi sono in alcune stirpi e che provengono da non si sa quali antiche colpe, la mania insorgendo e profetizzando in coloro che vi erano destinati, trovò uno scampo mediante il ricorso alle preghiere e ai culti degli dei. Perciò la mania, grazie a riti di purificazione e di iniziazione, preserva sia per il presente che per il futuro chi ne è partecipe ; infatti, per chi é invasato e posseduto da una giusta forma di mania, essa ha trovato una liberazione dai mali presenti. Il terzo tipo di invasamento e di mania proviene dalle Muse. Questa mania, dopo essersi impossessata di un’anima sensibile e pura, la risveglia suscitando in essa ispirazione bacchica per i canti e per gli altri generi di poesia e, attraverso la celebrazione di  innumerevoli imprese degli antichi, educa i posteri. […]. Tanti sono i begli effetti della mania proveniente dagli dei e ancora di più potrei dirtene. (Fedro, 244A-245C)

Platone, in sostanza – dopo aver distinto tra una follia divina e patologica 3 -, elenca quattro tipi di μανία, che si configurano come altrettante tipologie esperienziali in cui intervengono specifiche modificazioni della coscienza : 1) la μανία profetica, praticata dall’oracolo della Pizia a Delfi o dalla Sibilla, il cui patrono divino è Apollo, sorta di trance che permette di ottenere informazioni sul futuro sotto forma di vaticinio, ossia per ispirazione divina; 2) la μανία telestica o rituale, il cui patrono divino è Dioniso, che si basa su una forma di identificazione con il Dio, una rottura estatica che conduce l’individuo al di fuori del sé abituale, in un salvifico incontro con l’Altro; 3) la μανία poetica, ispirata alle Muse, propedeutica alla creazione di forme artistiche e poetiche; 4) la μανία erotica, ispirata da Afrodite e da Eros.

Le quattro categorie di “follia divina” individuate da Platone rimandano a delle tipologie di esperienza in cui la coscienza ordinaria è sottoposta a delle modificazoni stranianti, che ne trasformano le qualità e ne amplificano le capacità funzionali, facendola accedere ad un regime superiore.

È importante sottolineare che tali esperienze non solo ampiamente diffuse nella Grecia antica, ma che hanno – almeno la prima e la seconda – un doppio carattere. Da un lato, un carattere strategico, in quanto il dispiegamento di diversi regimi psichici permette di correggere disfunzioni di varia natura (sociale, psichica e organica). Dall’altro, si tratta di esperienze di modifica della coscienza altamente istituzionalizzate. L‘accesso a questi molteplici regimi psichici non è né infatti improvvisato, né lasciato al caso. Esso si svolge, al contrario, secondo protocolli sociali rigorosamente strutturati, ed è inquadrato da una tradizione collettiva che comporta specifiche procedure tecniche e rituali.

Da questo iperfunzionamento della coscienza traeva beneficio non solo il singolo individuo, ma l’intera comunità, come nel caso emblematico dell’oracolo panellenico di Delfi. I delicati equilibri della società greca ai tempi di Platone reggevano dunque grazie al ricorso ad una follia normata, strategica ed istituzionalizzata.

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Notes:

  1. Uno studente di Oxford, poi diventato un celebre ellenista, riferì l’aneddoto seguente. Dopo aver discusso il dottorato con una tesi sulla religione greca, il giovane studioso aveva inviato a Dodds – all’epoca già in pensione – il libro tratto dalle proprie ricerche. Questo dono gli valse un invito a prendere il tè presso l’abitazione dell’illustre maestro. Recatosi là alquanto emozionato, aveva suonato il campanello, e Dodds era venuto ad aprirgli la porta. «Grazie per il suo libro, giovanotto», gli disse, «ma devo avvertirla che non mi occupo più di religione greca. Mi interessa solo lo spiritismo» (Bettini, “Introduzione” a E. R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, Milano, Rizzoli, 2008, p. VIII-IX).
  2. Ibidem, VIII-XIX.
  3. Distinzione che si ritrova anche in altri autori antichi, come Erodoto. Ciò nonostante l’idea, diffusa sin dai tempi di Omero, che tutte le malattie mentali avessero fondamentalmente un’origine soprannaturale – da qui il “rispetto rasentante la venerazione” nei confronti dei malati di mente in quanto essi sono in contatto con il soprannaturale, ed in grado di manifestare occasionalmente poteri soprannaturali.

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