Identificazione e disidentificazione

Secondo la psicosintesi, disidentificarsi significa ritrovare sé stessi come centri di pura coscienza. Cadono così le cristallizzazioni, le maschere utilizzate nella commedia sociale e diventa possibile recuperare uno spazio di autodeterminazione e libertà

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In un saggio di qualche anno fa intitolato Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea (2016) l’antropologo francese David Le Breton illustrava una delle conseguenze più vistose della modernizzazione: l’enfasi posta sull’individuo e sulla sua realizzazione, con la conseguente esigenza, avvertita da molti, di sottrarsi alla pressione sociale tagliando i ponti, isolandosi, e recuperando, tramite la fuga in un altrove intoccabile, uno spazio inalienabile di libertà e di autodeterminazione. Oppure, quando questo processo è subito e non agito, la tendenza a sprofondare nella depressione. Fuga emancipatrice e inabissamento depressivo sono, in fondo, due lati di una stessa medaglia: due modi per dissolvere, temporaneamente, la propria identità sociale, un’identità costruita se non imposta dall’esterno, per ritrovarne una più autentica.

La pressione oggi è amplificata dalla retorica iperindividualista che corre sul web, e che ci esorta ogni giorno a “esprimere il proprio potenziale”, a “credere nei propri sogni”, a reinventarsi e ad affermarsi quotidianamente sfruttando, magari, proprio quei simulacri digitali che di noi e della nostra vita offrono i social. Dirette video, post di instagram e tweet, che possono essere opportunamente convertiti in strumenti di business. Al centro di questa sala degli specchi c’è l’individuo, teso all’ottimizzazione della propria immagine e del proprio “progetto” – con cui narcisisticamente si identifica -, alla ricerca ansiosa della performance ideale che lo renderà finalmente, tramite il successo conseguito, amato ed integrato, finalmente degno di esistere. Una condizione descritta, con particolare attenzione ai risvolti social e digitali, nel volume La società della performance (Tlon, 2018) di Maura Gancitano e Andrea Colamedici, e che il sociologo francese Alain Ehrenberg aveva già sintetizzato a suo tempo in La fatica di essere se stessi (Einaudi 2010), collegandola al dilagare della depressione nelle società contemporaneee 1.


We chose This Road My Dear


Ma se la modernizzazione e la digitalizzazione hanno esasperato questa tensione psichica, questa oscillazione tra adesione ai ruoli e alle immagini sociali e desiderio di fuga, non si può dire che essa non sia, in fondo, connaturata all’essere umano. Forse Diogene di Sinope fu il primo filosofo “in fuga” della storia occidentale. Quel Diogene che viveva in una botte, si faceva lanciare le ossa da rosicchiare come un cane, e che nel rovesciamento dei codici dominanti, nell’irrisione dei dettami sociali, mostrava la strada agli “apocalittici” del futuro.

La tensione tra identificazione e disidentificazione è dunque strutturale, e sempre operante in noi. La psicosintesi di Roberto Assagioli l’ha tradotta in termini molto chiari. Al centro del diagramma pisicosintetico della psiche è collocato il campo della coscienza. Si tratta della zona accessibile della psiche, che fornisce i dati di realtà immediati. Al centro di questa si trova il sé cosciente o “io”.



Quest’ultimo rappresenta un occhio, l’osservatore interno, un “centro di pura autocoscienza” in grado di coordinare i processi mentali, attorno al quale si costituisce l’identità personale. È collegato al Sé transpersonale, la vera essenza dell’uomo, la sua identità più elevata e profonda, di natura spirituale. Secondo Petra Guggisberg Nocelli, «l’io cosciente è quella parte del Sé transpersonale immersa nei contenuti psichici della personalità umana e nelle molteplicità delle situazioni esistenziali. L’io, dunque, non è che un riflesso del Sé» 2.

Nella propria esperienza quotidiana, l’io è appunto “immerso nei contenuti psichici della personalità” e tende ad identificarsi costantemente con le emozioni, i sentimenti, i pensieri che attraversano il campo della coscienza. Allo stesso modo, alla ricerca di un’identità, tende ad aderire ai ruoli impersonati nelle relazioni sociali – quelle che Assagioli chiama subpersonalità: il figlio, la madre, il bravo studente, il professionista, lo sportivo, il critico, l’utopista, il cinico. È altrettanto vero che da queste identificazioni, sempre provvisorie e parziali, l’io si può affrancare. È qui dunque che entra in gioco il processo detto disidentificazione, che rappresenta una delle sette esperienze fondamentali della psicosintesi.

La disidentificazione

Per Assagioli, la disidentificazione è sia uno stato di coscienza che come una tecnica (descritta qui), che fa sì che si prenda consapevolezza che il corpo, le emozioni, la mente sono strumenti di esperienza, di percezione e di azione, mutevoli e impermanenti, al sevizio del «centro di pura autocoscienza», che è il dato principale e permanente dell’essere.

In questo senso sapersi disidentificare vuol dire avere la capacità di entrare ed uscire dalle situazioni interiori con le quali abitualmente ci identifichiamo, garantendo all’Io, il centro che organizza i dati dell’esperienza, la massima libertà rispetto ai contenuti della personalità (idee, emozioni, etc.). 3

Scrive ancora Guggisberg Nocelli: «Disidentificarsi permette di assumere l’atteggiamento dell’osservatore, di divenire i registi della nostra vita, emancipandosi dalle coazioni e dagli automatismi per scoprire una maggiore libertà di movimento: possiamo finalmente smettere di “cadere” meccanicamente in questo o in quel comportamento, in questa o in quella subpersonalità, per scegliere attivamente quegli atteggiamenti che sono più creativi ed evolutivi per noi in una data situazione … La reale esperienza della disidentificazione promuove l’apertura, la sensibilità, il movimento; genera la capacità di accogliere e contenere le nostre diverse parti. L’autentica disidentificazione libera, favorisce il nostro sviluppo e e promuove un atteggiamento  interiore di equanimità, benevolenza, dignità, di umorismo, gioia e serenità» 4.

La disidentificazione non è dunque fuga reattiva verso un ipotetico Altrove  esterno, ma ricerca attiva di un Altrove in noi. Un altrove che è fondamentalmente coscienza, non ancora intaccata dalle identificazioni e dalle ruggini psichiche che inibiscono la nostra libertà interiore.

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Notes:

  1. Qui Ehrenberg mostra che il dilagare della depressione è naturale in una società come quella contemporanea, dove la convivenza civile non è più fondata sulla disciplina e sull’adesione a codici valoriali di gruppo, ma sullo spirito d’iniziativa e la capacità di autopromuoversi di un individuo isolato ed autoreferenziale,  schiacciato dalla necessità di mostrarsi sempre all’altezza. Come scrive Marco Belpoliti, «sono migliaia e migliaia le persone che si sottraggono ogni anno a questa prova attraverso la fuga dal lavoro e dalla famiglia, fuggendo altrove, “nelle terre estreme”. Sono adolescenti, adulti, uomini e donne. La loro risposta si chiama anoressia, droga, alcool, malattia mentale, tutti tentativi di sciogliersi da quel legame sociale che appare una costrizione». (https://www.doppiozero.com/materiali/fuggire-da-se). Si pensi al caso degli Hikikomori, adolescenti che si rinchiudono volontariamente nella propria stanza e dialogano con il mondo solo attraverso il computer.
  2. P. Guggisberg Nocelli, Conosci, possiedi, trasforma te stesso, Como, Xenia, 2016, p. 40.
  3. A tale riguardo la psicosintesi parla anche di “distacco con possesso”, dove “distacco” significa non identificarsi passivamente con i vari aspetti della propria personalità, e “possesso” rimanda alla padronanza di potenziare o diminuire, affermare o inibire (non reprimere, che è un atto forzoso e inconscio), esprimere o contenere, coltivare o ignorare, i vari aspetti di noi stessi a seconda dei momenti e delle situazioni della vita.
  4. Ibidem, p. 55-56.

2 pensieri su “Identificazione e disidentificazione

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