La trance nell’esoterismo antico: oracoli e teurgia

Nella tarda antichità, la pratica rituale della trance dà luogo a capolavori sapienziali come gli Oracoli caldaici. E con il neoplatonismo si sviluppano originali teorie filosofiche degli stati modificati di coscienza


Risultati immagini per Antalya / Side Apollon Tapınağı
Side (Turchia), Tempio di Apollo

“Ma quando vedrai il Fuoco più sacro rifulgere senza forma, guizzando negli abissi di tutto il cosmo, ascolta la Voce del Fuoco.”
(Oracoli Caldaici, frammento 148)


La tradizione illustre del profetismo estatico di Delfi – dove il signore Apollo, tramite la Pizia, «non dice né nasconde, ma accenna» (Eraclito, fr. 93) – non si esaurisce affatto con il declino della Grecia classica. Se nel V secolo le polis entrano in crisi, il nuovo ordine imperiale di Alessandro Magno estende gli orizzonti geografici e culturali del mondo ellenico. I flussi coloniali greco-macedoni mettono in contatto la Grecia con l’Oriente, e si formano imprevedibili ibridazioni tra culti greci ed altre realtà religiose: culti in onore di Iside, di Cibele, dei Cabiri, tutti accomunati da un carattere mistico e salvifico. Già in età classica, peraltro, il fenomeno della trance di possessione non era limitato agli oracoli ufficiali, ma brulicava in un background di pratiche sapienziali diffuse: Platone stesso allude ai profeti ispirati come a figure familiari nel mondo a lui contemporaneo. 1.

In conseguenza dei fenomeni descritti, questo insieme di pratiche oracolari si trasforma e si ramifica in mille rivoli in età ellenistica (323 a.C. – 30 a.C.) e greco-romana (30 a.C.- 529 d.C.). Riscoperta in epoca rinascimentale, destò grande interesse la tradizione degli Oracoli sibillini, titolo di una collezione eterogenea di dodici oracoli redatti in greco, di varie epoche e autori sconosciuti, riconducibile al mondo culturale ebraico di Alessandria d’Egitto 2. Nel mondo ellenistico-romano, le Sibille erano profetesse, donne che praticano la divinazione 3. Virgilio ne dà una rappresentazione efficace in un celebre passo dell’Eneide, sottolineando il carattere estatico del fenomeno 4.

La teurgia


Ma la tradizione estatica più rilevante del mondo greco-romano è sicuramente quella della teurgia (dal gr. ϑεουργία, comp. di ϑεός «dio» e ἔργον «opera, attività»). La teurgia può essere definita come un insieme di procedimenti rituali  miranti ad evocare gli dèi, e che comprendono due tipi di pratiche. La prima (detta τελεστική) consisteva nell’infondere vita alle statue, introducendovi oggetti magici ed “animandole” (pratica di probabile origine egiziana). La seconda prevedeva l’intervento di un δοχεὑς, cioè un individuo dotato di poteri medianici, capace di accedere ad uno stato di trance che gli permetteva di entrare in comunicazione con la divinità o con l’anima di un defunto. A tal fine era necessario purificare l’anima del medium e il suo “veicolo immediato”, il corpo astrale, per consentirle di contemplare gli dei. Questi riti includevano abluzioni, sacrifici e invocazioni con parole rituali.

Questo secondo tipo di teurgia prevedeva dunque:

  • il ricorso ad un medium che, dopo aver seguito un processo di purificazione preliminare dell’anima e del corpo astrale, è in grado di contemplare la divinità e ricevere i suoi messaggi (sappiamo da Proclo che prima della seduta sia l’operatore che il medium venivano purificati col fuoco e con l’acqua)

  • invocazioni, accompagnate da formule di preghiera che consistevano nell’enunciazione dei nomi magici degli dèi, per facilitarne l’apparizione diretta o indiretta, durante i “sacrifici teurgici”

Gli Oracoli caldaici e il neoplatonismo


È in questo contesto che vanno collocati gli Oracoli caldaici (Χαλδαϊκά λογία), una raccolta di oracoli redatti in greco intorno al 170 da Giuliano il Teurgo (il primo ad essere chiamato “teurgo”), figlio di Giuliano il Caldeo (“Caldeo” o “Caldaico” in questo contesto significano “magico”, “occulto”).

Folgoranti e misteriosi, tortuosi ed elusivi, gli Oracoli caldaici rappresentano il testo medianico per eccellenza dell’antichità classica, un frammentario ma glorioso mosaico di rivelazioni ottenute in stato di trance. Secondo l’erudito bizantino Michele Psello (1018-1082), appassionato di filosofia e di sapienze antiche (a lui era appartenuto il manoscritto più antico esistente del Corpus Hermeticum, acquistato da Lorenzo de’ Medici e tradotto da Ficino), lo scenario sarebbe il seguente: Giuliano il Caldeo cerca di condurre suo figlio a “contattare” spiritualmente l’anima di Platone per porgli delle domande. Henri D. Saffrey ipotizza che si tratti di un vero e proprio contatto medianico: gli oracoli sarebbero le risposte fornite dall’anima di Platone a quella di Giuliano il Teurgo, guidato nella cerimonia dal padre.

In realtà si sa molto poco di questo testo. La sua aura sapienziale lo rese celebre anche presso i filosofi, soprattutto tra i neoplatonici posteriori a Plotino, fra tutti Giamblico (250 circa-330 circa) e Proclo (412-485) 5, con una significativa posterità nella cultura bizantina, sino a Gemisto Pletone (1360-1452) che li compilò in un raccolta attribuendoli ai discepoli di Zoroastro 6.

Giamblico e il de Mysteriis


Nel de Mysteriis Giamblico di Calcide, fondatore della scuola neoplatonica di Siria, difende la teurgia contro gli attacchi di Porfirio, allievo di Plotino e seguace di una linea più razionalista all’interno del movimento neoplatonico. E al contempo, fornisce una articolata teoria della divinazione e della trance, che non ha precedenti nella cultura ellenica.

Nel capitolo dedicato alla teurgia, Giamblico specifica che gli dèi 7, oltre a rivelare il passato e l’avvenire per bocca del medium, elargiscono anche segni visivi o uditivi della loro presenza, e producono straordinari fenomeni fisici: la persona del medium poteva allungarsi o dilatarsi, o addirittura levitare 8. Ma di solito le manifestazioni avvenivano sotto forma di apparizioni luminose (che Giamblico chiama “visioni benedette”).

Quindi Giamblico esamina le obiezioni “filosofiche” di Porfirio. Perché gli dèi, invocati come entità superiori, sembrano, nel contesto della teurgia, “obbedire” agli uomini come se fossero a loro inferiori? È qui che Giamblico sviluppa una ingegnosa teoria della trance in chiave neoplatonica.  La teurgia, scrive, non si basa su un rapporto di soggezione, ma su una “comunione di amicizia con gli dèi”, a cui non si devono né rivolgere invocazioni né “dare ordini” alla maniera umana. Occorre invece lasciare operare “il fuoco divino” dentro di sé. Ma Giamblico va oltre: le operazioni degli dèi sono compiute non in virtù di un’opposizione tra uomini e dei, ma dalla somiglianza e dall’unione. Dal punto di vista filosofico, è un errore distinguere tra colui che invoca e colui che è invocato, tra colui che dà ordini e colui che si sottomette agli ordini, perché ciò significa trasporre al mondo divino le contraddizioni del mondo creato 9.

Nella singolare, folgorante commistione tra teurgia e neoplatonismo operata da Giamblico, la metafisica dell’Uno di Plotino si rivela una efficacissima cornice esplicativa dei fenomeni estatici. Il “medium” non riceve in sé un’alterità, che ne invade la psiche dall’esterno. Nel mondo divino a cui accede – nella realtà unitiva – non esistono separazioni o alterità. Piuttosto, la coscienza del medium convibra con una coscienza più ampia di cui è già parte. Egli attinge così – in definitiva – alla propria sapienza. Del resto non aveva scritto lo stesso Plotino: «L’occhio non vedrebbe mai il sole se non fosse già simile al sole»?

Per condividere:

Notes:

  1. Ai suoi tempi, e per un lungo periodo successivo, «una sorta di medianità privata venne praticata da parte di persone chiamate “ventriloqui” e più tardi “pitoni”,  i quali «avevano una seconda voce interna, che sosteneva un dialogo con loro» (Eric Dodds, I Greci e l’irrazionale, p. 116). Lo stesso tempio di Delfi venne edificato da Apollo sulla carcassa dell’antico serpente oracolare Pitone, posto a guardia del santuario.
  2. I testi furono in parte ritrovati in un manoscritto della biblioteca di Augsburg da Betuleius, il quale li pubblicò nel 1545. Cfr. Mariangela Monaca, Oracoli sibillini, Città Nuova, 2008.
  3. Si legge talora che quello della Pizia, associato al santuario di Delfi, è un oracolo istituzionale, mentre le sibille praticano una divinazione occasionale, indipendente, nomade. In realtà, nell’antichità esistevano ben dieci luoghi di culto legati alle Sibille. Una sede importante nell’antichità era Cuma, tra i comuni di Pozzuoli e Bacoli, vicino Napoli.
  4. Dopo aver colto il ramo d’oro sulle rive del lago Averno Enea, deciso a contattare l’anima del padre Anchise, scende agli inferi, accompagnato dalla Sibilla cumana. La “catabasi”, o discesa nell’Ade, inizia con l’arrivo di fronte al tempio di Apollo, dove la Sibilla cade in uno stato di possessione ed invasamento : «Giunsero alla soglia, quando la vergine: “È tempo di chiedere i fati” disse; “il dio, ecco il dio!”. A lei che parla così, davanti all’ingresso, d’un tratto, non rimase lo stesso volto, il colore, la chioma composta; ansima il petto, il cuore selvaggio si gonfia di rabbia, sembra più alta e di voce  sovrumana,ispirata dal nume, ormai vicino, del dio» (Eneide, VI, 45-51). Cfr. R. Astori, Vox Arcana. Il mito di Sibilla come archetipo di Sapienza femminile, in R. Astori e T. Tonchia ( a cura di ), Al di là del tempo. Percorsi simbolici dell’eterno femminile, Mimesis 2003; H. Biedermann, Enciclopedia dei Simboli, Garzanti 1999; A. Ferrari, Dizionario di mitologia, Utet 2006; Ovidio, Metamorfosi, Utet 2005. Virgilio, Eneide, Mondadori 1991. http://www.storiapatriamarsala.it/sibilla.pdf
  5. Quest’ultimo era un ammiratore entusiasta degli Oracoli, che considerava come una autentica fonte di rivelazioni divine. Il suo allievo Marius riferisce che Proclo praticava la divinazione, e che egli stesso proferiva oracoli sul proprio destino
  6. «Quelques remarques sur la réception d’un pseudépigraphe : les Oracles Chaldaïques» https://www.erudit.org/fr/revues/ltp/2005-v61-n2-ltp1013/011818ar/ .  «Les Oracles Chaldaïques sont à juste titre l’un des ensembles pseudépigraphiques les plus mystérieux qui aient circulé dans l’Empire romain et pour lesquels nous avons des témoignages littéraires. Certains croient que ces Oracles avaient déjà commencé à circuler discrètement à l’École de Plotin au milieu du 3e siècle et qu’ils auraient été pour Porphyre une source d’inspiration importante. Tel n’est pas notre point de vue. Ces Oracles sont évoqués, mais non pas cités, dans le De Mysteriis du philosophe Jamblique (245-330). Ils sont largement utilisés par Proclus et demeureront une source philosophique importante jusqu’à Damascius († après 538), le dernier diadoque de l’École néoplatonicienne d’Athènes. Mais plus encore, ces Oracles Chaldaïques ont été aussi tenus en haute estime jusqu’à l’époque byzantine, notamment par Michel Psellus (1018-1082) qui en rassembla une partie importante et qui les commenta. Notons aussi le nom de Georges Gémiste Pléthon (1360-1452) qui les réunit en une collection, les commenta et les attribua à des disciples de Zoroastre».
  7. Giamblico descrive le quattro “classi di esseri superiori” che possono intervenire nell’opera teurgica: dèi, demoni, eroi, anime. Tradizionalmente si classificavano gli dèi in base ai diversi tipi di corporeità (eterei, aria e terrestri), ma Giamblico spiega che questa associazione è falsa, perché gli dei sono indipendenti dagli elementi naturali. Chiarisce poi che le stelle sono divinità, e che sono tutte benefiche (contro il giudizio degli astrologi, che parlavano di astri benefici e malefici).
  8. «Oppure si vede il corpo sollevato o disteso o portato in alto nell’aria» (Giamblico, I misteri degli Egiziani, a cura di Claudio Moreschini, Milano, BUR, 2009, p. 203).
  9. H. D. Saffrey, Le néoplatonisme après Plotin, Parigi, Vrin, 2000, pp. 79-92.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *