L’idea di inconscio dalla mistica medievale alla psicologia del profondo

La nozione di inconscio, cuore della moderna psicanalisi, traspare in alcune tradizioni spirituali e filosofiche del passato. Dalla mistica medievale alla teosofia del ‘600, fino all’idealismo tedesco, breve viaggio tra le fonti poco note di un concetto



Nella nostra percezione ordinaria, il concetto di inconscio è un prodotto – il prodotto – della psicanalisi freudiana. È stato Freud in effetti, sin dalla Interpretazione dei sogni (1899), a suggerirci che «l’io non è più padrone in casa propria». Fu Freud ad osservare, sotto la superficie della coscienza, un continente sommerso di istinti, pulsioni, desideri e ricordi rimossi perché inconfessabili, che ribollendo sottotraccia incrinano la linearità razionale dell’io, e individuano un secondo strato della psiche, tanto più potente perché  sfugge alla coscienza ordinaria: l’inconscio, appunto.

Fu Carl Gustav Jung, poi, ad estendere il concetto freudiano postulando l’esistenza di un inconscio collettivo. Questo sarebbe attestato dalla diffusione trasversale, nelle varie culture ed epoche di immagini archetipiche analoghe, che manifestano vari aspetti della vita psichica: il Sé, l’ombra, l’animus e l’anima. Roberto Assagioli e la psicologia transpersonale, infine, hanno ipotizzato l’esistenza di un inconscio superiore, sfera di attività della psiche cui la coscienza attinge gli impulsi e le qualità più elevati.

Ma il concetto di inconscio, se lo si colloca in profondità nella storia culturale dell’Occidente, ha dietro di sé un passato tortuoso e affascinante. Come vedremo, è una storia legata a doppio filo ad alcune significative tradizioni della filosofia e della mistica occidentale.

L’inconscio tra Settecento e Ottocento

Come si legge nel recente volume di Frank Tallis Breve storia dell’inconscio (2019), la prima descrizione di un funzionamento mentale inconscio basata su dati empirici si deve a Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716). Leibniz, nei Nuovi saggi sull’intelletto umano,  sottolineava il ruolo delle cosiddette “piccole percezioni” nella definizione dell’identità personale e delle motivazioni inconsce 1. Poco apprezzate dagli illuministi, che descrivevano la psiche umana come fondamentalmente trasparente e razionale, queste speculazioni furono riscoperte dagli intellettuali romantici, sensibili alle insospettate facoltà della mente inconscia. Da qui capolavori come Kubla Kahn (1816) di Coleridge, incompiuto poema ambientato in stranianti paesaggi esotici e redatto in uno stato di inconsapevolezza. E le Confessioni di un oppiomane (1822) di De Quincey, «prima completa celebrazione letteraria della vita mentale inconscia».

A tutto ciò va aggiunto il diffondersi del magnetismo animale, modello terapeutico ideato dal medico viennese Franz-Anton Mesmer, soprattutto nelle sue declinazioni spiritualiste e (pre)occultistiche. Negli “stati sonnambulici” indotti dalle nuove terapie magnetiche, soggetti in stato di trance conversano con gli spiriti, diagnosticano malattie e ne prevedono il decorso, recepiscono i pensieri non formulati dei terapeuti e degli astanti, lasciando intravedere ignoti territori della vita interiore, assieme ad insolite, ed insospettate, facoltà psichiche.

L’inconscio filosofico degli idealisti tedeschi


Fu così che, all’inizio dell’800, l’idealismo tedesco incorporò la nozione di inconscio. Secondo Fichte inconscia è l’attività infinita dell’Io che, delimitando se stesso, genera il non-Io, il mondo esteriore. Per Schelling l’inconscio si pone come aspetto fondamentale dell’Assoluto, inteso come identità di Natura e Spirito, di consapevolezza e di inconsapevolezza. Quanto a Schopenhauer, per lui l’inconscio è la vera causa del comportamento umano:. In quanto “impulso misterioso ed oscuro”, costituisce in ogni essere come una sorta di “volontà cosmica” irrazionale della quale l’individuo non è altro che uno strumento 2.

Alla confluenza di questi autori troviamo Eduard von Hartmann (1842-1906), che nella  Filosofia dell’inconscio (Philosophie des Unbewussten, 1869), pone a fondamento della realtà un principio di incoscienza – l’Inconscio appunto – onnipresente ed universale 3. Von Hartmann era sì direttamente ispirato da Hegel e Schopenhauer; ma in quest’opera è percepibile anche l’afflato delle filosofie e delle religioni orientali. Von Hartmann si rifaceva infatti alla nozione di Brahman, l’Assoluto metafisico indiano, per delineare il proprio modello di un inconscio assoluto, onnisciente, preesistente alla coscienza ordinaria, una specie di campo di supercoscienza caratterizzata da “volontà” (Schopenhauer) e “idea” (Hegel) che fa da principio metafisico, anima universale e «struttura portante all’universo visibile».

L’inconscio teosofico: Jakob Böhme


In queste tradizioni filosofiche di area tedesca, che prefigurano e preparano il concetto psicanalitico di inconscio, si trova la rielaborazione, e se si vuole la traduzione in un linguaggio moderno, di concetti religiosi talora molto antichi. Nette appaiono in effetti, oltre alle influenze orientali già citate, le suggestioni dell’opera teosofica di Jakob Böhme (1575-1624) – da Hegel definito “il primo filosofo teutonico”.

La filosofia mistica di Böhme è un’audace sintesi di esperienze estatiche personali, concezioni alchemico-astrologiche e filosofia della natura paracelsiana. Per Böhme alla radice di tutto c’è l’Ungrund, il «senza fondo». Non si tratta di Dio, ma di una dimensione di potenza originaria che anela ad esprimersi, a rivelarsi e a conoscersi, e da cui Dio stesso scaturisce. Come l’inconscio psicanalitico, l’Ungrund è dominato, infatti, dall’impulso a manifestarsi (Trieb).

L’Ungrund di Böhme è, in qualche modo, Dio prima di conoscersi: l’inconscio metafisico, dunque. «È uscendo da questo indicibile Ungrund», scrive Antoine Faivre, «che Dio si concepisce come soggetto, si oppone a Sé stesso, genera in sé una serie infinita di idee e pensieri» 4. La filosofia di Böhme esercitò una profonda influenza sia su Schopenhauer che su Van Hartmann, e di rimando, sul nucleo di concetti che sottendono la versione psicanalitica dell’inconscio 5.

L’inconscio mistico: Meister Eckhart


Ma dietro la teosofia del ‘600 c’è la mistica medievale. A ben vedere infatti nell’Ungrund di Böhme, inconscio metafisico che anela a manifestarsi, traspare a sua volta la deità di Meister Eckhart (1260-1327/8). Quel fondo senza-fondo, quel luogo abissale, quell’unità primordiale e assoluta da cui scaturisce il Dio cristiano stesso, e che il mistico tedesco chiama – significativamente – Io (Ego in latino, Ich in tedesco). A significare che solo Dio esiste, e dunque è la fonte di ogni essere, di ogni identità. Nascosto, ma pronto a manifestarsi, esso vive nell’abditum mentis, il luogo segreto della luce divina, in quel fondo dell’anima (Seelengrund) sconosciuto all’anima stessa 6.

Dio, oscuramente inconscio nella sua essenza ultima, diventa cosciente di sé nelle creature. Siamo forse lontani dalle “topiche“ di Freud e dall’inconscio come un collettore di pulsioni primordiali. Tuttavia in questo schema c’è l’idea – che il Novecento non rifiuterà – di uno psichismo indifferenziato e oscuro che vuole manifestarsi, di un ignoto che si disvela incessantemente e creativamente nell’esperienza esistenziale delle creature.

 

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Notes:

  1. «D’altronde vi sono mille segni i quali mostrano che in un istante vi è in noi una infinità di percezioni, prive però di appercezione e di riflessione, cioè cambiamenti nell’anima stessa, di cui non ci accorgiamo perchè le impressioni sono troppo piccole o troppo unte tra loro, in modo da non avere nulla che le distingue partitamente; ma, unite ad altre, non mancano di produrre il loro effetto e di farsi sentire per lo meno confusamente, nell’insieme» (p. 87).
  2. https://www.inconscio.es/inconscio-prima-di-freud/
  3. Il punto di partenza di questa visione del mondo è l’osservazione degli esseri viventi, in particolare delle loro funzioni organiche e dei loro istinti, i quali suppongono un’intelligenza che è molto superiore alla nostra per conoscenza, abilità e velocità di decisione, ma che tuttavia è priva di coscienza
  4. A. Faivre, L’esoterismo occidentale. Metodi, temi, immagini, Brescia, Morcelliana, 2012, p. 156.
  5. https://www.academia.edu/35709146/B%C3%B6hmes_Theology_of_Evil_and_its_Relevance_for_Psychoanalysis._1
  6. A. De Libéra, La mystique rhénane, Parigi, Seuil, 1994, p. 274.

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